¬´Caso Hanefi¬ª: i crimini di Kabul e lÄôignavia di Roma
Il riserbo che Emergency si ?® imposta sulla vicenda Rahmatullah Hanefi dopo lÄôincontro di Massimo DÄôAlema con Hamid Karzai non ha sortito lÄôeffetto di favorire qualche evoluzione positiva. LÄôassicurazione che “entro qualche giorno” o addirittura “qualche ora” sarebbero state formalizzate le accuse ?® risultata un irridente inganno al ministro degli esteri italiano, cui era stato peraltro garantito che lÄôambasciatore italiano a Kabul avrebbe potuto incontrare Rahmatullah. A 10 giorni dallÄôincontro di DÄôAlema con Karzai non risulta che questÄôincontro sia avvenuto.
Con nessun senso della realt? o del ridicolo, e con scarsissima preoccupazione della dignit? propria, il governo italiano prepara un incontro a Roma sulla giustizia in Afganistan, lusingato e compiaciuto che Karzai assicuri la propria presenza.
Possiamo informare di alcuni “non-sviluppi” della situazione, pur nella preoccupazione di tutelare le fonti delle nostre informazioni, che si trovano esposte, in Afganistan, alla sperimentata assenza di qualsiasi rispetto di diritti fondamentali.
Nella giornata di venerd?¨ 18 maggio, alle “autorit? giudiziarie” sarebbe stato consegnato un “fascicolo Hanefi”, formatosi in maniera incontrollata non si sa quando n?© ad opera di chi.
Nel frattempo si ?® tentato dÄôimporre a Rahmatullah un avvocato scelto dallÄôautorit? inquirente (un difensore designato dallÄôaccusa), pur essendo noto che un altro avvocato era stato indicato dalla famiglia: a questo avvocato ?® sistematicamente impedito di avere un colloquio diretto e riservato con Rahmatullah.
Da fonti dirette e affidabili ci risulta che il nostro collaboratore si trovi in preoccupanti condizioni psicologiche e abbia terrore di firmare anche il conferimento dÄôincarico allÄôavvocato suggerito dai suoi parenti, essi stessi oggetto, come risulta anche da organi dÄôinformazione italiani, di “pressioni dÄôogni genere” e “nel mirino dei servizi segreti”.
Le scadenze previste anche dalle “autorit? competenti” sono quotidianamente rinviate, gli impegni sistematicamente elusi, mentre si ?® giunti oggi, 30 maggio, a 72 giorni di illegale detenzione (un autentico sequestro di persona).
Invocare, con questi antefatti, procedure corrette o “un giusto processo” non ?® sprovvedutezza ma complicit?.
Al caso si stanno attivamente interessando diverse istituzioni e associazioni internazionali, che incontrano a loro volta lÄôostinata indifferenza delle “autorit? afgane”.
Da 72 giorni chiediamo al governo italiano atti pubblici, ufficiali e impegnativi che riconoscano, per il caso specifico, le responsabilit? italiane nella “vicenda Hanefi” e chiariscano, pi?? in generale, i rapporti tra il sostegno a un asserito “governo democratico dellÄôAfganistan” e la difesa di elementari diritti umani.









