Stasera Vauro su Raitre
venerdì 29 febbraio (stasera), andrà in onda su Primo Piano, rai3,
ore 23.00 circa, “A sud del sud”, il reportage realizzato da Vauro e Claudio
Rubino in Sudan

venerdì 29 febbraio (stasera), andrà in onda su Primo Piano, rai3,
ore 23.00 circa, “A sud del sud”, il reportage realizzato da Vauro e Claudio
Rubino in Sudan
Entra nel vivo il progetto “Emergency - War never again : dall’impegno umanitario alle trattative di pace” in corso presso il Liceo Quintiliano promosso dalla prof.ssa Anna Di Carlo con la nostra collaborazione.
Il corso si propone di far verificare agli studenti perchè il realismo della violenza e della guerra si mostra quale suprema assurdità e perchè quelli che molti chiamano “utopia” della pace può invece rappresentare una prospettiva razionale e necessaria. Dopo due interessantissimi incontri con il politologo Prof. Greco sulla storia e i diritti umani oggi inizia la serie di incontri con i rappresentanti di Emergency.
Il progetto si concluderà venerdì 28 aprile 2008 con l’inaugurazione della mostra “Emergency e la guerra” allestita in collaborazione con la scenografa Viviana Scimò ed anche quest’anno vedrà l’autorevole partecipazione del dott. Giulio Cristoffanini, co-fondatore di Emergency.
Nell’incontro di oggi pomeriggio verrà proiettato il video “L’arcobaleno e il deserto” che testimonia l’attività di Emergency in Iraq e si partirà dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo che quest’anno compie il suo 60esimo compleanno.
Dai teatri di guerra dove opera, Emergency testimonia anche come le guerre, tutte le guerre, violano i diritti umani. E nel suo operare cerca di ricostituirli, di renderli operanti di nuovo. Pace non è solo assenza di guerra, è godere pienamente dei diritti riconosciuti a ogni persona. Attivarsi per la pace è anche attivarsi per la costituzione di una collettività che favorisce i diritti umani.
L’incontro sarà condotto da Donatella Crucitti, responsabile di Emergency Siracusa.
Premessa a questo interessantissimo articolo che vi invitiamo a leggere :
Il bilancio di Emergency è pubblico lo trovate sul sito cliccando qui. I sostenitori che sottrocrivono la tessera “amici di Emergency” lo ricevono a casa ogni anno in primavera. Nel 2001 EMERGENCY ha vinto l’Oscar di Bilancio del Sole 24 ore e anche quello della comunicazione non profit per la categoria Cooperazione allo sviluppo con la seguente motivazione: «Si tratta di un’organizzazione molto ben radicata sia nei paesi ove opera sia in Italia, dove raccoglie i fondi per sostenere la propria attività (solo 1/3 dei fondi proviene da fonti pubbliche). Il bilancio lo evidenzia con chiarezza: i progetti sono descritti in modo approfondito, con informazioni particolareggiate sul personale impiegato, sui pazienti assistiti, sulle prestazioni chirurgiche erogate».
I costi amministrativi di Emergency sono stabilmente ben al di sotto del 10%.
ECCO COSA SUCCEDE IN ITALIA
di
FRANCESCA CAFERRI
ANAIS GINORI
Carità per i cristiani, zakat per i musulmani, dana per i buddisti. Mai come oggi, un gesto antico e semplice come la donazione ai più
poveri è diventato complesso e insidioso.
Il nome Unicef, che evoca assistenza per i bambini di tutto il mondo, è appena stato infangato da uno scandalo finanziario in Germania, che ha portato alle dimissioni del presidente e del direttore. Pochi mesi fa la Francia ha dovuto affrontare una crisi internazionale provocata dall’Arca di Zoé, la piccola Ong diventata il simbolo dell’interventismo selvaggio nei paesi poveri. Sei volontari sono ancora in carcere per aver tentato di rapire più di cento bambini alla frontiera tra Ciad e Sudan. In Spagna, lo scorso anno l’organizzazione Intervida è finita sotto
inchiesta per appropriazione di fondi destinati alle adozioni a distanza, come già successe a un’associazione di Genova, tre anni fa.
Ed è ancora aperta l’inchiesta dell’Unione europea su alcune associazioni italiane accusate di abusi nell’utilizzo dei finanziamenti Ue.
Ci si può fidare di chi lavora in nome della beneficenza?
È possibile controllare chi dice di dedicarsi agli altri? Se si, come? Domande legittime, se si considera che solo il 17,8% delle 350mila onlus
italiane utilizza uno strumento di trasparenza come il bilancio sociale e che lo scorso anno a queste associazioni sono arrivati 193
milioni di euro solo tramite il 5 per mille. «La strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni» maligna Jordi Raich, un ex dirigente
spagnolo di Medici Senza Frontiere. «L’Arca di Zoé non è la pecora nera, nel gregge ormai l’eccezione sono le pecore bianche. Negli
ultimi anni - continua - sono proliferate Ong incompetenti e fittizie che nel migliore dei casi si dedicano ad arricchirsi, nel peggiore
invece usano il marchio della beneficenza per coprire reti di pedofilia, finanziamento di gruppi estremisti, evasione fiscale, traffico d’armi».
Giulio Marcon, presidente di Lunaria, è diventato la coscienza critica del Terzo Settore italiano. Pur essendo meno
catastrofista del collega spagnolo, avverte: «Fidarsi è difficile dappertutto. Da noi, è quasi un azzardo». Ettore Abate, revisore di conti per la Ernst & Young. «Se dovessi dare un consiglio a un donatore italiano - spiega - gli direi di chiedere innanzitutto il bilancio sociale della Ong che ha scelto di sostenere». Creato negli anni scorsi, questo documento è un primo passo verso la trasparenza dell’attività di associazioni che, in nome del non profit, a lungo sono sfuggite a qualsiasi controllo. «Oltre ai dati economici, vengono pubblicate informazioni qualitative in grado di illustrare i risultati della “mission” dell’organizzazione», spiega Abate.
Eppure questo strumento da noi è quasi ignorato: non essendo obbligatorio per legge - come invece accade in molti paesi europei - solo un’associazione su sei lo utilizza. La trasparenza comunque non è tutto: bilancio alla mano, chi sarebbe in grado di decifrare cosa si
nasconde sotto “servizi finanziari” e “materie prime”, fare la differenza tra “promozione progetti” e “fundraising” o capire se i
costi del personale in missione sono compresi alla voce generale”stipendi” o a quella “costi del progetto in loco”? Altro problema: in
Gran Bretagna e Francia la rendicontazione dei singoli progetti è obbligatoria, in Italia no: eppure questo è un modo per garantire ai
donatori che i soldi devoluti a una finalità non siano poi stornati verso altre missioni o altri scopi. E’ in nome di questo principio. ad
esempio, che nel 2005 Medici Senza Frontiere bloccò le donazioni per lo Tsunami una volta raggiunta la cifra necessaria alle operazioni.
«I bilanci dovrebbero essere comprensibili e accessibili da tutti» dice Carlo Laganà, partner di Deloitte, un’altra società specializzata
nella certificazione dei conti. In Italia, concordano gli esperti, il cittadino-benefattore parte davvero svantaggiato. Le amministrazioni
pubbliche sono più tutelate: ogni finanziamento alle Ong deve essere poi oggetto di un riscontro, ma per i privati non ci sono disposizioni
simili. Anche nel caso del 5 per mille, da cui le Ong hanno tratto nel 2006 quasi 193 milioni di euro, le autorità pubbliche non hanno
imposto l’obbligo di fornire riscontri ai cittadini. «Diciamo che i controlli non piacciono a nessuno. Anche le Ong fanno resistenza»osserva Marcon, che all’ambiguità degli aiuti umanitari ha dedicato un libro.
Per comprendere l’affidabilità di un gruppo, la certificazione dei bilanci da parte di terzi - facoltativa ma praticata dalle più grandi
organizzazioni umanitarie - è una prima garanzia importante: dimostra che c’è stato un controllo indipendente. Ma neanche questo è
sufficiente. «Quello che serve davvero per conquistare la fiducia di chi ci finanzia è la continuità - racconta Daniele Scaglione di Action
Aid Italia - da noi ci sono sei persone incaricate di tenere contatti con i donatori. Cerchiamo di far sapere nel modo più dettagliato possibile dove vanno i soldi». Sforzo lodevole ma, ancora una volta, del tutto volontario. In Germania, per esempio, esiste dal 1893 lo Deutsches Zentralinstitut für soziale Fragen che si occupa di controllare e certificare le Ong. L’unico tentativo di creare un’Authority italiana del settore sta fallendo. Il presidente dell’Agenzia per le Onlus, Stefano Zamagni, ha avvertito che, con i tagli previsti dei fondi, l’organismo governativo incaricato della vigilanza sul non profit potrebbe chiudere entro agosto. Consola poco il fatto che il problema sia comune: quando la Federazione europea per l’etica e lo sviluppo ha inviato 4000 questionari sul tema trasparenza alle più grandi ong europee, sono tornate indietro meno del 10 per cento delle risposte.
Peccato, perché il Terzo Settore avrebbe davvero bisogno di più regole e controlli. Negli ultimi quattro anni in Italia le Ong sono aumentate
del 23% e così il flusso di denaro che si è riversato verso associazioni, fondazioni, cooperative sociali. «Fino agli anni Trenta - ha scritto il giornalista americano David Rieff, autore di “Un giaciglio per la notte” - solamente i missionari, occupati a salvare le anime, o i comunisti, intenti a fomentare la rivoluzione, agivano sulla base di un sistema di valori ispirato alla solidarietà universale». Dalla guerra del Biafra (1963) in poi si è invece sviluppato l’umanitarismo non governativo e trasnazionale e i soggetti sono diventati migliaia, così come le loro attività. Da noi lo tsunami è stato uno spartiacque tra i gruppi di volontari vecchia maniera, legati a un’idea romantica delle missioni, e le nuove aziende umanitarie con stipendi pressoché identici alle multinazionali dell’industria. In quel Santo Stefano 2004 si è capito che il nostro paese poteva essere un mercato ricchissimo per le Ong: oltre 47 milioni di euro furono raccolti solo attraverso gli Sms. «E’ stato
allora che molte organizzazioni internazionali hanno deciso di aprire una succursale italiana» osserva Marcon. La figura del “fundraiser”,
dipendente o consulente specializzato nella ricerca di fondi, è diventata sempre più importante: il suo compito è affrontare la dura competizione sul portafoglio degli italiani. La beneficenza è diventata un gadget che spunta nelle liste di nozze, in mezzo a una partita di calcio, dentro al concorso a premi. Con effetti paradossali. Quale azienda investirebbe 600mila euro per ricavare soltanto 90mila, come nel 2006 è capitato per una campagna di fundraising di una grande Ong? I costi del marketing sono lievitati vertiginosamente fino a rappresentare in qualche caso quasi un quinto del bilancio delle associazioni.
Se nessun cittadino può pensare che un euro donato si trasformi integralmente in un euro di cibo o medicine trasportati dall’altra parte del mondo, perché tutte le Ong hanno dei costi di mantenimento necessari e legittimi, la domanda da porsi è: qual è la giusta proporzione? Negli Stati Uniti, gli esperti fissano un tetto del 30% alle spese di struttura di una Ong. Se un’associazione destina al progetto meno del 70% della donazione iniziale non è considerata efficiente. «Ricordiamoci però che a seconda della missione umanitaria i costi della struttura variano di molto. Un’organizzazione con personale medico specializzato avrà spese superiore a quella che distribuisce soltanto pacchi di riso e può utilizzare giovani volontari» specificano allZIstituto italiano per le donazioni, il primo, e finora unico, organo che propone una sorta di
“certificazione” delle Ong. Nato tre anni fa, ha creato il marchio «donare con fiducia», slogan che riassume la crisi di credibilità del
settore. «Abbiamo un filo diretto con i cittadini - racconta una delle responsabili, Lorena Varalli - E’ vero che oggi c’è una maggiore
richiesta di garanzie da parte dei donatori, ma non bisogna lanciare allarmismi». La risposta delle Ong alla Carta della donazione è stata ancora timida: 28 sigle hanno aderito al marchio, altre 15 sono in attesa di passare tutti i controlli.
In questo universo del bene che sta diventando una gigantesca nebulosa si rischia di tornare ad antiche abitudini. «Dare dei soldi soltanto a
chi si conosce, di mano in mano» dice Marcon. Più piccola è l’Ong, più è redditizia per i donatori, come dimostra una recente ricerca della
società di analisi Un-Guru per il Sole 24Ore. In cima alla pagella di efficacia figura la Fondazione James non morirà (99,6% dei fondi
raccolti effettivamente devoluti alla missione), che opera unicamente in Etiopia e si basa solo su lavoro volontario. «I gruppi piccoli
hanno però un impatto ridotto - avverte Roberto Salvan, direttore del Comitato italiano per l’Unicef - Possono agire su una singola comunità o comunque in spazi limitati. Solo i grandi come noi sono in grado di agire subito di fronte a una crisi». Come altre agenzie delle Nazioni Unite, l’Unicef è stata spesso criticata per i costi di gestione troppo alti. «Ma - conclude Salvan - avere una struttura pronta ad
agire in qualunque momento costa molto. Non bisogna illudersi».
tratto da La Repubblica
Il governatore della provincia occidentale di Farah, Ghulam Mohaidun Balouch, ha dichiarato questa mattina all’agenzia France Press che “truppe Nato italiane” hanno preso parte all’attacco avvenuto la scorsa notte nel distretto di Bakwa contro un abitazione nella quale si trovavano alcuni talebani, tra cui un loro comandante locale, il mullah Abdul Manan.
Secondo il governatore tra le vittime del raid, condotto con il supporto aereo dell’aviazione alleata ci sono almeno due civili: una donna e un bambino, moglie e figlio di uno dei guerriglieri.
Ma il governatore del distretto di Bakwa, Khan Agha afferma : “Il raid ha causato nove morti, tra cui due donne e tre bambini. Solo uno dei nove era un talebano. Le vittime sono state uccise da colpi d’arma da fuoco”. Quindi dalle truppe afgane e italiane, non dalle bombe dell’aviazione Nato si diceva in un primo momento. Il comando dell’Isaf, aggiunge il lancio dell’Afp, ha dichiarato che indagherà sull’accaduto.
Secondo Khialbaz Sherzai, comandante provinciale della polizia, “nel raid sono stati uccisi sette civili, tutti membri di una stessa famiglia, tra cui una donna e due bambini”.
una triste conferma del fatto che il 90% delle vittime sono sempre civili
(tratto da Peacereporter)
Per saperne di più : www.peacereporter.net
La mobilitazione internazionale per salvare la vita di Sayed Pervez Kambaksh potrebbe avere funzionato: secondo quanto rivela il quotidiano britannico «The Independent» nella sua edizione online, il Senato afghano ha ritirato il suo sostegno alla condanna a morte del giornalista 23enne, accusato di blasfemia. In una nota, il Senato definisce «un errore tecnico» la precedente decisione presa mercoledì scorso, facendo così sperare, scrive il quotidiano, che Kambaksh possa essere rilasciato.
A questo punto, il giovane giornalista potrà rivolgersi alla Corte d’appello contro il suo arresto e contro la sentenza di morte, arrivando, se necessario, sino alla Corte suprema. E se anche la massima istanza giudiziaria non dovesse accogliere le sue richieste, Kambaksh potrà rivolgersi a Karzai - inondato da migliaia di email e pressato da appelli provenienti da ogni parte del mondo - per chiedere la grazia.
(foto e articolo tratti da L’Unità online)
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