Deprecated: Function set_magic_quotes_runtime() is deprecated in /home/dotcoma/dotcoma.org/emergencySR/wp-settings.php on line 18

Strict Standards: Declaration of Walker_Comment::start_lvl() should be compatible with Walker::start_lvl(&$output) in /home/dotcoma/dotcoma.org/emergencySR/wp-includes/comment-template.php on line 0

Strict Standards: Declaration of Walker_Comment::end_lvl() should be compatible with Walker::end_lvl(&$output) in /home/dotcoma/dotcoma.org/emergencySR/wp-includes/comment-template.php on line 0

Strict Standards: Declaration of Walker_Comment::start_el() should be compatible with Walker::start_el(&$output) in /home/dotcoma/dotcoma.org/emergencySR/wp-includes/comment-template.php on line 0

Strict Standards: Declaration of Walker_Comment::end_el() should be compatible with Walker::end_el(&$output) in /home/dotcoma/dotcoma.org/emergencySR/wp-includes/comment-template.php on line 0
Emergency Siracusa » riflessioni

Homepage di Emergency - gruppo di Siracusa

Menu di navigazione


Gino Strada: «L’emendamento anti immigrati: una norma stolta prima ancora che perversa»

novità, riflessioni 19 febbraio 2009

Strict Standards: call_user_func_array() expects parameter 1 to be a valid callback, non-static method sticky_image::filter() should not be called statically in /home/dotcoma/dotcoma.org/emergencySR/wp-includes/plugin.php on line 166

Strict Standards: Non-static method sticky_image::getThumb() should not be called statically in /home/dotcoma/dotcoma.org/emergencySR/wp-content/plugins/sticky_image.php on line 294

A oggi, in Italia, una legge vieta al personale sanitario di denunciare gli immigrati conosciuti per ragioni di cura, anche se la loro presenza in Italia non fosse regolare.
Un emendamento approvato al Senato intende sopprimere questa norma.

Si metterebbero così gli individui nella condizione di scegliere fra l’accesso alle cure e il rischio di una denuncia; si spingerebbe parte della popolazione presente in Italia nella clandestinità sanitaria, con grandi rischi per sé e per la collettività.
Si vuole affidare ai singoli medici la scelta se garantire lo stesso diritto alla cura a tutti gli individui, nel miglior interesse del paziente e nel rispetto del segreto professionale, oppure se esercitare la facoltà di denunciare i loro pazienti irregolari.

Secondo tutti i medici che ho conosciuto e apprezzato, l’unico modo giusto e civile per fare medicina è garantire a tutti la miglior assistenza possibile, senza distinzione alcuna riguardo a colore della pelle, sesso, convinzioni politiche, religiose o culturali, nazionalità o status giuridico.

Questo è il modo in cui Emergency ha lavorato, per quindici anni in tredici diversi paesi, curando tre milioni di persone senza distinzioni.
Questo è il modo con cui continuiamo a lavorare, anche in Italia, nel Poliambulatorio per migranti e persone indigenti di Palermo.

Anche di fronte all’inciviltà sollecitata da una norma stolta prima ancora che perversa, sono certo che i medici italiani agiranno nel rispetto del giuramento di Ippocrate, nel rispettodella Costituzione e della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.

Nel rispetto, soprattutto, di chiunque si rivolga a loro avendo bisogno di un medico.

Gino Strada

riflessioni 21 gennaio 2009

Strict Standards: call_user_func_array() expects parameter 1 to be a valid callback, non-static method sticky_image::filter() should not be called statically in /home/dotcoma/dotcoma.org/emergencySR/wp-includes/plugin.php on line 166

Strict Standards: Non-static method sticky_image::getThumb() should not be called statically in /home/dotcoma/dotcoma.org/emergencySR/wp-content/plugins/sticky_image.php on line 294

Solo i morti vedono la tregua.
di Vittorio Arrigoni

A Gaza solo i morti hanno visto la fine della guerra. Per i vivi non c’è tregua che tenga alla battaglia quotidiana per la sopravvivenza. Senza più acqua né gas, senza corrente elettrica, senza pane e latte per i propri figli. Migliaia di persone hanno perduto la casa. Dai valichi entrano aiuti umanitari col contagocce, e si ha come la sensazione che la benevolenza dei complici di chi ha ucciso sia solo momentanea. Domani (oggi per chi legge ndr) il segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon verrà a visitare Gaza, siamo certi che John Ging, a capo dell’agenzia per i profughi palestinesi, ne avrà da raccontargliene.
Dopo che Israele ha bombardato due scuole delle Nazioni Unite, ha assassinato 4 suoi dipendenti, ha colpito e distrutto il centro dell’Unrwa di Gaza city, riducendo in cenere tonnellate di medicinali e beni alimentari destinati alla popolazione civile. Le macerie di Gaza continuano a vomitare morti in superficie. Ieri fra Jabalia, Tal el Hawa a Gaza City e Zaitun, paramedici della mezza luna rossa con l’aiuto di alcuni volontari dell’International Solidarity Movement (Ism) hanno estratto dalla rovine 95 cadaveri, molti dei quali in avanzato stato di decomposizione.
Camminando per le strade della città di Gaza senza più il costante terrore di un bombardamento chirurgicamente mirato alla mia decapitazione, tremo ancora alla vista di cani randagi raccolti in circolo, a ciò che mi si potrebbe parare dinnanzi agli occhi essere il loro pasto. Gli uomini tirano un sospiro di sollievo e tornano a frequentare moschee e caffè, facilmente smascherabile è il loro atteggiarsi alla normalità, per i molti che hanno perso un familiare e per i moltissimi che non hanno più dove abitare. Fingono un ritorno alla routine per incoraggiare le mogli e i figli. Con alcune ambulanze questa mattina ci siamo recati nei quartieri più colpiti della città, Tal el Hawa e Zaitun, muniti di questionario porta a porta abbiamo stilato l’entità dei danni agli edifici, e le primissime urgenze per le famiglie: medicinali per gli anziani e i malati, e riso, olio e farina, il minimo per alimentarsi. Tutto quello che abbiamo potuto consegnare al momento sono metri e metri di nylon, da apporre alle finestre laddove prima c’erano i vetri. Compagni dell’Ism a Rafah mi hanno informato che la municipalità ha distribuito alcune migliaia di dollari a quelle famiglie che hanno visto la casa rasa al suolo da bombe che secondo Israele erano destinate alla distruzione dei tunnel. Al termine del conflitto in Libano, gli Hezbollah staccarono milioni di dollari in assegni per ripagare i civili rimasti senzatetto. In una Gaza sotto assedio ed embargo, ciò che Hamas potrà versare come risarcimento alla popolazione «basterà a mala pena a rimettere su un capanno per il bestiame», mi fa sapere Khaled, contadino di Rafah.
La tregua è unilaterale, quindi Israele unilateralmente decide di non rispettarla. A Khan Yunis, un ragazzo palestinese ucciso e un altro ferito. A est di Gaza city elicotteri innaffiavano di bombe al fosforo bianco un quartiere residenziale. Stessa cosa si è verificata a Jabalia. Oggi (ieri per chi legge ndr), sempre a Khann Younis navi da guerra hanno cannonneggiato su uno spazio aperto, fortunatamanete senza fare feriti e mentre scrivo, arriva la notizia di un’incursione di carri armati. Non ci risultano lanci di razzi palestinesi nelle ultime 24 ore.
Giornalisti internazionali sciamano affamati di notizie lungo tutta la Striscia, sono riusciti a raggiungerci solo oggi. Israele ha concesso loro il lasciapassare a mattanza finita. Quelli arrivati ancora a bombardamenti in corso, hanno seriamente rischiato di rimanerci secchi, come mi ha raccontato Lorenzo Cremonesi, inviato del Corriere della sera: soldati israeliani hanno bersagliato di proiettili l’automobile su cui viaggiava. Dinnanzi allo scheletro annerito di ciò che resta dell’ospedale Al Quds di Gaza city, un interdetto reporter della Bbc mi ha chiesto come è stato possibile per l’esercito scambiare l’edificio per un covo di terroristi. «Per lo stesso motivo per cui dei bambini in fuga da un palazzo in fiamme, sono entrati nei mirini dei cecchini posti sui tetti dello stesso quartiere in cui siamo ora, cecchini che non hanno esitato a ucciderli spandendo la loro materia cerebrale sull’asfalto». Ho risposto al giornalista inglese, ancora più accigliato.
È evidente l’abisso fra noi che siamo testimoni e vittime di questo massacro, e chi ne viene a conoscenza tramite i racconti dei sopravvissuti. Da Roma mi informano che l’Unione europea avrebbe congelato i fondi per la ricostruzione fino a quando Gaza sarà governata da Hamas. Lo ha lasciato intendere il Commissario europeo per le Relazioni estere, Benita Ferrero-Waldner. «Gli aiuti per la ricostruzione della Striscia potranno arrivare solo se il presidente palestinese Abu Mazen riuscirà ad imporre nuovamente la sua autorità sul territorio» . Per i palestinesi di Gaza questo è un chiaro invito dall’esterno alla guerra civile, ad un colpo di stato. Come un legittimare il massacro di 410 bambini che sono morti perché i loro genitori hanno scelto la democrazia ed eletto liberamente Hamas. «Gli Stati uniti sono liberi di eleggere un guerrafondaio come Bush, Israele di scegliere leaders con le mani sporche di sangue come Sharon e Netanhyau, e noi popolazione di Gaza non siamo liberi di scegliere Hamas…», mi suggerisce Mohamed, attivista per i diritti umani che non ha votato per il movimento islamico; non ho argomenti per contraddirlo.
I palestinesi vivi imparano dai morti, imparano a vivere morendo, sin dalla tenera età. Tregua dopo tregua, la percezione è quella di una macabra parentesi per contare i cadaveri fra una mattanza e l’altra, verso una pace che non è mai così stata distante. Perlustrando Gaza city a bordo di un ambulanza, per una volta con la sirena muta, la guerra resta impressa nelle rovine di una città saccheggiata di sorrisi e popolata da sguardi spauriti, occhi che insistono a scrutare il cielo verso aerei ancora incessantemente in volo. All’interno di una casa, sul pavimento ho notato dei disegni in pastello, chiaramente una mano infantile li aveva abbandonati evacuando in fretta e furia. Ne ho raccolto uno, carrarmati, elicotteri e corpi ridotti in pezzi. In mezzo al foglio un bambino ritratto con una pietra riusciva a raggiungere l’altezza del sole e danneggiare una delle macchine della morte volanti. Si dice che il significato del sole in un disegno infantile è il desiderio di essere, di apparire. Quel sole che ho visto piangeva, lacrime di sangue. Per lenire questi traumi, una tregua unilaterale basta? Restiamo umani.

articolo tratto da Il Manifesto

Grazie a tutti!!!!!!!!!!!!


Strict Standards: call_user_func_array() expects parameter 1 to be a valid callback, non-static method sticky_image::filter() should not be called statically in /home/dotcoma/dotcoma.org/emergencySR/wp-includes/plugin.php on line 166

Strict Standards: Non-static method sticky_image::getThumb() should not be called statically in /home/dotcoma/dotcoma.org/emergencySR/wp-content/plugins/sticky_image.php on line 294

Non si poteva iniziare l’anno in un modo migliore.

Grazie agli amici dell’associazione LOGOS famiglia e minori che con il loro entusiasmo hanno riacceso quello di tutti noi!
Grazie a tutti volontari di Emergency vecchi e nuovi (come Francesca che si è unita a noi proprio ieri sera e si è messa subito al lavoro).
Grazie a Giancarlo e Vittorio che ogni hanno animano la serata.
Grazie agli amici delle altre associazioni siracusane che non solo hanno partecipato, ma ci hanno dato anche una mano a risistemare.
Grazie a Padre Rosario che ci ha ospitato.

Ma soprattutto grazie a tutti voi che avete partecipato, che ci avete ascoltato, che avete scelto di sostenere Emergency.

tratto da www.peacereporter.it

riflessioni 29 dicembre 2008

Strict Standards: call_user_func_array() expects parameter 1 to be a valid callback, non-static method sticky_image::filter() should not be called statically in /home/dotcoma/dotcoma.org/emergencySR/wp-includes/plugin.php on line 166

Strict Standards: Non-static method sticky_image::getThumb() should not be called statically in /home/dotcoma/dotcoma.org/emergencySR/wp-content/plugins/sticky_image.php on line 294


Intervista a Husam Hamdouna, direttore del Remedial Education Center di Jabaliya, Gaza

“La situazione è terribile in queste ore, abbiamo da poco saputo che le vittime finora sono oltre trecentotrenta. I bombardamenti si susseguono con brevi soste tra l’uno e l’altro da sabato, quando c’è stato l’attacco a sorpresa in contemporanea. Le esplosioni sono continuate anche nella notte e stamattina. Non le ho viste con i miei occhi, ma mi informano che molte delle vittime sono civili, soprattutto nella zona di Jabaliya, a nord di Gaza città. Ma i bombardamenti sono distribuiti lungo tutto il territorio della Striscia”.

Dove si trova ora?
“Sono dentro casa mia, in queste ore è molto difficile uscire per qualsiasi motivo, soprattutto per procurarsi generi alimentari. La popolazione è barricata nelle case e non esce per il timore di essere coinvolta nei bombardamenti: l’aviazione israeliana potrebbe colpire la loro auto, scambiandola per quelle dei miliziani di Hamas. Accanto a me ci sono mia moglie e la mia figlia più piccola, di tre anni, che è molto spaventata. Dopo ogni esplosione mi abbraccia stretto. Attualmente non c’è corrente elettrica e nemmeno gas”.

Ritiene possibile un’invasione di terra?
“Per ora sappiamo che i tank israeliani sono ammassati al confine. Ci sono state notizie questa mattina che annunciavano l’inizio dell’operazione di terra, ma non ci sono conferme e non credo sia vero. L’invasione della fanteria è uno scenario esplosivo, che però non posso escludere. Dipenderà dalle valutazioni israeliane sul successo degli attacchi aerei, e anche dal perdurare del lancio di razzi verso il loro territorio”.

Hamas oggi è più debole o più forte?
“In generale, quando più i palestinesi subiscono violenze dall’esterno più si uniscono. Normalmente di fronte a un massacro di questa entità il governo di Hamas nella Striscia e quello di Fatah in Cisgiordania, esprimerebbero una comune condanna e solidarietà. Oggi però le dichiarazioni di Ramallah contengono una solidarietà che è solo formale, ma è soprattutto una forte critica ad Hamas, che evidenzia come anche le fratture tra palestinesi sono più scomposte che mai. Per quel che riguarda l’opinione della popolazione di Gaza, penso di poter dire che è ancora divisa, da un lato i sostenitori di Hamas indignati per le dichiarazioni di Abu Mazen, dall’altra quelli di Fatah che incolpano Hamas di questa tragedia. Tuttavia è importante capire che con il clima che si respira ora a Gaza nessuno ha il coraggio di esprimere pubblicamente il proprio sostegno o appartenenza”.

É stupito dalla tenue reazione internazionale all’attacco israeliano?
“Non sono stupito della reazione israeliana al lancio di razzi, specialmente ora che due abitanti della regione meridionale di Israele sono stati uccisi, ma non posso concepire come si possa attaccare con tanta violenza la popolazione civile palestinese. La comunità internazionale dovrebbe intervenire per fermare l’attacco, ma è sempre più evidente che non c’è equilibrio, il lancio di razzi e i bombardamenti in aree densamente abitate vengono messi sullo stesso piano”.

Teme che ora ricominceranno gli attentati suicidi palestinesi?
“É possibile, a questo punto ci possiamo aspettare qualunque reazione. Questa notte i caccia israeliani hanno colpito una moschea, ma le esplosioni hanno coinvolto anche un’abitazione dove hanno perso la vita sette persone, tra cui quattro bambini. Sono proprio le vittime innocenti che incendiano gli animi delle persone che, in tutto il mondo, sono vicine ai palestinesi. Ma auspico che la loro rabbia si esprima con proteste, non con attentati che peggiorerebbero ancora di più la situazione”.

www.peacereporter.it

Cos’abbiamo fatto in 14 anni….

riflessioni 24 settembre 2008

Strict Standards: call_user_func_array() expects parameter 1 to be a valid callback, non-static method sticky_image::filter() should not be called statically in /home/dotcoma/dotcoma.org/emergencySR/wp-includes/plugin.php on line 166

Strict Standards: Non-static method sticky_image::getThumb() should not be called statically in /home/dotcoma/dotcoma.org/emergencySR/wp-content/plugins/sticky_image.php on line 294

Una morte terribile che non fa notizia.

riflessioni 1 luglio 2008

Strict Standards: call_user_func_array() expects parameter 1 to be a valid callback, non-static method sticky_image::filter() should not be called statically in /home/dotcoma/dotcoma.org/emergencySR/wp-includes/plugin.php on line 166

Strict Standards: Non-static method sticky_image::getThumb() should not be called statically in /home/dotcoma/dotcoma.org/emergencySR/wp-content/plugins/sticky_image.php on line 294


foto tratta da www.neroebianco.org

Ecco cosa ci ha scritto Padre Carlo :

Nella notte tra il 29 ed il 30 giugno un immigrato africano è morto nel centro di identificazione all’interno del centro polifunzionale ( CPT, CID e CARA) di Pian del lago a Caltanissetta, dopo essersi sentito male nel pomeriggio della domenica, ed avere ricevuto, per quanto risulta dalle prime testimonianze, soltanto un bicchiere d’acqua ( non si sa se con i soliti tranquillanti di cui si fa largo uso nei centri di detenzione). Solo nella mattina del 30 giugno quando alle 7,30 sono arrivati i medici della Croce Rossa ne è stato constatato il decesso, malgrado gli altri migranti avessero sollecitato per ore l’intervento di un medico. Nel centro si respira ancora una atmosfera di grande tensione, probabilmente i migranti testimoni dei fatti saranno presto trasferiti altrove, in silenzio, prima che la vicenda diventi di dominio pubblico, come avviene di solito in queste circostanze. Anzi, in molti casi, la morte di uno significa la libertà di tanti altri, perché piuttosto che trattenere scomodi testimoni, si preferisce ributtare nella clandestinità quanti potrebbero raccontare cosa è successo. Tutto diventa più facile – se non è possibile una deportazione immediata - con la liberazione immediata dei testimoni e la consegna dell’ordine di lasciare entro 5 giorni il territorio nazionale. Senza soldi, senza documenti, un ordine impossibile da eseguire. Ed alla fine, scomparsi nella clandestinità i testimoni, nessuno ricorderà più nulla, neppure chi aveva il dovere di garantire la dignità, la salute e la vita di un immigrato senza nome rinchiuso in un centro di identificazione.
Abbiamo atteso per ore un comunicato da parte della direzione del centro o della Questura di Caltanissetta, o una agenzia di stampa che almeno desse notizia del fatto, confermato da fonti diverse durante la giornata. Niente. Una cappa di silenzio è calata sul centro polifunzionale di Pian del Lago, mentre probabilmente si staranno sistemando registri e referti, testimonianze e documenti vari, per dimostrare che alla fine si è trattata, come al solito, di una tragica fatalità. Tutti erano al loro posto, tutti hanno fatto il proprio dovere, medici, operatori dell’ente gestore e poliziotti di guardia. Come al solito, nessun colpevole, nessun responsabile per la vita di un uomo, di un “clandestino”.
Un copione tante volte visto, in Sicilia ed in altre parti d’Italia, ma di fronte al quale non cesseremo mai di esprimere la nostra indignazione. Ed una richiesta di chiarezza, in una struttura sempre più affollata, nella quale arrivano molti immigrati sbarcati a Lampedusa ancora da identificare, un centro che è stato negli anni teatro di episodi inquietanti sui quali ancora dovrebbe indagare la magistratura. Anche la relazione della Commissione De Mistura non aveva lesinato critiche alla gestione del centro di Caltanissetta, ed oggi la situazione sembra più grave che in passato, perché i centri di detenzione si vanno riempiendo per le retate di “clandestini” che la polizia sta intensificando nelle grandi aree urbane, mentre i centri di identificazione esplodono per l’aumento esponenziale degli sbarchi a Lampedusa e in altre parti della Sicilia.
Una giovane vita si spegneva nel centro di Pian Del Lago, e il ministro Ronchi dormiva a Lampedusa il sonno del “giusto”, o, dopo una lauta cena a base di pesce, era ospite di una qualche missione notturna delle nostre forze navali, che continuano a salvare vite umane nel Canale di Sicilia, malgrado le diverse direttive operative dell’Agenzia europea per il controllo delle frontiere marittime FRONTEX.

Pagina successiva »

Vuoi essere aggiornato sulle nostre attività? Iscriviti alla newsletter

Realizzato con WordPress e altro software libero. XHTML valido